“Il cellulare provoca il cancro”
Sentenza del tribunale di Ivrea, per la prima volta il telefonino è il colpevole. Pensione di invalidità a un lavoratore che ha perso l’uso dell’orecchio destro

Articolo di Lodovico Poletto
(pubblicato su LA STAMPA il 21.4.2017)

 Il signor Roberto Romeo oggi ha ragione di sorridere. Lo fa perché nonostante quel tumore che lo ha reso sordo dall’orecchio destro, nonostante il fatto che abbia dovuto rivolgersi a uno studio legale perché un magistrato riconoscesse un suo diritto: ha vinto. E la sentenza emessa dal giudice del lavoro del Tribunale di Ivrea, è destinata a diventare storica. Perché, per la prima volta – «al mondo» come sottolinea l’avvocato Renato Ambrosio – un magistrato ha stabilito che esiste un «nesso di causalità» tra l’utilizzo dei telefoni cellulari e il tumore al cervello. Lo ha fatto supportato da perizie, scrivendolo in una sentenza di primo grado. E nesso di causalità vuol dire che una cosa è conseguenza dell’altra.

Ora, fa paura l’idea di dover collegare il cellulare a un tumore. E Roberto Romeo, 56 anni, dipendente Telecom non vuole spaventare nessuno quando racconta la sua storia di: «Ero responsabile di un gruppo di tecnici che intervenivano per riparare i guasti. Io li coordinavo con telefonate continue». Romeo insiste: «Io voglio soltanto stimolare a un uso corretto e consapevole del cellulare».

Ma quando lui ricopriva quell’incarico «moderazione» e «consapevolezza» erano termini che mal conosceva. Perché – per lavoro e per 15 anni – è stato costretto a stare anche 4 o 5 ore con il telefonino incollato all’orecchio. A parlare, spiegare, cercare soluzioni. E l’incubo che attanaglia migliaia di persone in tutto il mondo è diventato una realtà. Problemi all’udito, cure inutili e infine la diagnosi: tumore – benigno – seguito da un intervento chirurgico e dall’asportazione del nervo acustico.

Nel 2013 fa causa all’Inail. Vuole che gli venga riconosciuta la malattia professionale. Va a bussare alla porta di «Ambrosio e Commodo», studio legale specializzato nelle cause a tutela dei cittadini. La sua questione sta cuore anche a loro. E chiedono una perizia. Di parte. Poi vanno in Tribunale. Il giudice Luca Fadda è un magistrato attento a certi temi e ordina un accertamento tecnico al professor Paolo Crosignani. Che sentenzia: il «neurinoma» del signor Romeo è stato provocato da un uso prolungato del telefono cellulare. Stabilendo, così, un nesso tra le onde elettromagnetiche e le malattie oncologiche. Una tesi che già lo Iarc nel 2011 aveva sostenuto. Ma aveva inserito i cellulari soltanto nella categoria «2/B», ovvero «potenzialmente cancerogeni.

Il resto è storia di un processo normale con testimoni che sfilano in aula e spiegano di essere stati alle dipendenze di Romeo. Sono 15: ricordano che lo chiamavano ogni giorno almeno due volte, per un quarto d’ora alla volta o poco più. Una montagna di minuti di telefonate che hanno causato il neurinoma.

Renato Ambrosio e Stefano Bertone, che con la loro collega Chiara Ghibaudo si sono occupati di questa vicenda, non hanno dubbi: «Il Governo ora deve prendere provvedimenti». Come? «Ad esempio vietare nelle pubblicità immagini di persone che adoperano i telefonini» dice Ambrosio. Ma c’è molto altro: dallo scrivere sulle confezioni che un uso improprio degli apparecchi può causare danni alla salute, a una revisione del concetto di «potenzialmente cancerogeno», facendo migrare i telefonini nella categoria più alta degli apparato pericolosi. Insomma, un cambio epocale. Come la sentenza. Perché, spiega ancora l’avvocato Bertone: «Per anni ci hanno detto che non c’erano prove che l’uso improprio di un cellulare potesse causare un tumore.

E ci è stato detto che non si poteva neanche dire il contrario. Questa sentenza sancisce che c’è un nesso». Ed è davvero una piccola rivoluzione perché, se nel mondo ci sono 5 miliardi di persone che usano i telefonini, in Italia sono oltre 45 milioni i nostri connazionali che lo possiedono e moltissimi non ne possono fare a meno nemmeno al ristorante. Troppo. Un uso smodato. Bisogna reinventare come adoperarlo. O usarlo meno.

Il signor Romeo, oggi se ne serve soltanto con l’auricolare. Ma se potesse tornerebbe indietro e cambierebbe tutto. Perché, se è vero che ha vinto, è altrettanto vero che oggi è invalido. Al 23%. E l’Inail dovrà dargli 6 mila euro l’anno di pensione. Briciole, a confronto della salute che ha perduto.